Oleksandr Khara è direttore esecutivo del Centre for Defence Strategies ed è stato in passato consigliere del ministro della Difesa ucraino. In una lunga intervista a Suspilne, registrata a Kyiv il 24 settembre e pubblicata due giorni dopo, ha inquadrato la guerra all’interno di quella che definisce la vera mappa geopolitica dell’amministrazione Trump: prima l’emisfero occidentale (una riedizione della linea Monroe che ribattezza “dottrina Donroe”), poi l’Indo-Pacifico e infine il Medio Oriente.

L’Europa si trova ai margini. In questa prospettiva, l’Ucraina non rappresenta un interesse centrale per gli Stati Uniti. È un ostacolo al rapporto che Trump vuole costruire con Putin e una seccatura accanto agli accordi che continuano a coinvolgere la famiglia e la cerchia del presidente.

Secondo Khara, questo spiega la diplomazia. Washington non ha votato a favore delle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a sostegno dell’Ucraina. La proposta di pace americana in 28 punti, quando gli è stata sottoposta, gli è sembrata un testo scritto in russo e tradotto male in inglese. Gli inviati indicati, Jared Kushner e Steve Witkoff, sono a suo giudizio russofili privi di una vera struttura professionale alle spalle: non ascoltano i consigli del Consiglio per la sicurezza nazionale, del Dipartimento di Stato o della CIA.

L’unico interlocutore americano che accetterebbe volentieri al tavolo è il direttore della CIA John Ratcliffe – ancora soltanto un’ipotesi – perché almeno l’Agenzia vede il campo di battaglia e continua a fornire all’Ucraina l’intelligence utilizzata per colpire in profondità il territorio russo. Formalmente, gli Stati Uniti restano un partner strategico. Nella sostanza, sostiene Khara, l’Ucraina non rientra nel sistema di interessi su cui sta operando l’attuale Casa Bianca.

È altrettanto netto quando parla di “compromesso”. Richiamandosi a Thomas Schelling, individua quattro modi in cui finiscono i conflitti: una delle due parti perde; entrambe scambiano guadagni e perdite; entrambe decidono che il costo della guerra è irrazionale e si fermano; oppure una delle due diventa incapace di continuare a combattere.

L’Ucraina non accetterà la prima possibilità. La Russia, secondo la sua lettura, non pratica la seconda: la sua cultura politica è fondata su una logica a somma zero. La terza non si è ancora verificata, anche se gli attacchi a lungo raggio stanno iniziando a cambiare i calcoli. La quarta è l’unica strada che considera realmente percorribile.

A suo giudizio, il coro occidentale secondo cui «smettere di armare Kyiv farà allontanare la Terza guerra mondiale» considera solo la metà sbagliata del problema. La metà corretta consiste nel colpire i sistemi che permettono alla Russia di continuare a combattere.

Questo è il punto centrale dell’intervista, e Khara entra nel dettaglio. L’Ucraina ha già danneggiato una parte consistente della capacità di raffinazione russa e sta dando la caccia alle petroliere della cosiddetta shadow fleet, che trasformano il petrolio in finanziamenti per la guerra. Ma ciò che è stato appena sfiorato, sostiene, è ancora più importante: le infrastrutture finanziarie; i nodi delle comunicazioni; la spina dorsale dei trasporti che collega la Russia europea all’Estremo Oriente.

La Ferrovia Transiberiana, nella sua ricostruzione, non è un romantico relitto del passato. Trasporta milioni di proiettili nordcoreani, beni a duplice uso provenienti dalla Cina e il carburante che la Russia è ora costretta ad acquistare all’estero perché il Mar Nero è diventato ostile e il Baltico presenta maggiori difficoltà. Colpire questi sistemi significa colpire sia l’esercito sia la necessità del regime di evitare destabilizzazioni – la stessa priorità che Khara attribuisce a Xi.

Il fronte è l’altra metà della stessa formula. Prima l’unità nazionale; poi impedire alla Russia di ottenere successi tattici, operativi e strategici nell’est; infine indebolire le retrovie. Khara cita una recente operazione nel Donbas, “Vivaldi”, come prova del fatto che la precedente dinamica – quando la Russia conquistava terreno nonostante perdite enormi – può essere invertita. Gli attacchi a lungo raggio non sostituiscono il mantenimento della linea del fronte. Sono ciò che permette di rendere efficace il mantenimento della linea.

L’inverno rende ancora più urgente il problema. Khara cita dati di pubblico dominio che delineano una situazione già difficile per l’Ucraina: circa l’80% della capacità di generazione termoelettrica è stato distrutto o danneggiato, circa il 60% della capacità di produzione elettrica è andato perduto e metà della rete di Ukrenergo è occupata, distrutta o danneggiata. Sia gli impianti della difesa sia le grandi città dipendono da questa rete.

La Russia sta producendo missili balistici e droni a reazione in quantità superiori a quelle previste dai suoi piani. Gli Stati Uniti, afferma Khara, hanno consumato una quota consistente degli intercettori Patriot in Medio Oriente; la produzione americana rimane nell’ordine di poche centinaia all’anno, quella giapponese procede a ritmi molto più bassi e una licenza tedesca non si è ancora trasformata in uno stabilimento produttivo. L’Ucraina non sarà adeguatamente protetta durante l’inverno.

La risposta che propone non consiste soltanto nel chiedere più batterie antiaeree. Secondo Khara, occorre distruggere gli impianti russi che producono missili e droni, i depositi e i sistemi di lancio, così da ridurre il volume degli attacchi in arrivo.

Questo è anche il suo criterio per valutare le discussioni su una possibile “tregua energetica”. In linea di principio, Kyiv avrebbe interesse a fermare la distruzione sistematica dei porti e delle rotte marittime che continuano ad alimentare il bilancio statale russo, e non soltanto quella delle centrali elettriche. La Russia non ha accettato.

La scommessa di Khara è che potrebbe farlo se gli attacchi ucraini continuassero ad aumentare il costo mensile della guerra, attraverso la perdita di raffinerie e rotte di esportazione. Mosca può fare i suoi calcoli – quanti missili ucraini riescono a penetrare le difese, quanto a lungo rimane fuori uso un impianto danneggiato, quanta capacità di generazione ucraina riesce ancora a distruggere – e decidere che una pausa è meno costosa. Khara non la definisce pace. La considera una possibile pausa ottenuta attraverso la pressione e il costo inflitto.

Non si fida però della tregua. Secondo i sondaggi da lui citati, gli ucraini sono disposti a discutere di diplomazia ma continuano a rifiutare la cessione della parte del territorio di Donetsk non occupata dalla Russia. Dal 2014 ci sono state decine di cessate il fuoco. La Russia li ha violati. Il corridoio per l’esportazione del grano è stato colpito il giorno dopo la sua apertura. “Credere ai russi significa non avere rispetto di sé”.

Una tregua senza la capacità di continuare a colpire, secondo Khara, servirebbe soltanto a riportare indietro le lancette dell’orologio in vista della prossima offensiva.

L’ultima parte dell’intervista non è quindi un piano di pace. È piuttosto un piano di guerra con un possibile effetto diplomatico. Mantenere l’unità del Paese. Tenere il fronte orientale. Continuare a colpire i sistemi che l’Ucraina ha finora lasciato in gran parte intatti.

Se il ritmo degli attacchi sarà sufficientemente elevato, sostiene Khara, la Russia potrebbe accettare una tregua limitata per preservare ciò che resta delle proprie infrastrutture energetiche e logistiche. Se invece non lo sarà, l’ottimismo espresso da Trump all’ONU sarà soltanto un’altra scadenza che appartiene a qualcun altro.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da EUAlive disponibile qui.

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